La metamorfosi che dura ormai da diversi decenni, ci invita a passare da un’architettura del luogo ad un’architettura dalle libere interazioni, la cui tensione unitaria non è costituita da leggi compositive e formali, ma da un logos di connessione mobile, un’architettura pensata per ripristinare un sistema dialogico seppur all’interno di relazioni dinamiche. Elemento centrale di questo passaggio non è lo spazio geometrico e scatolare, ma quello connettivo che l’uomo potenzialmente istaura con il mondo che lo circonda, ovvero lo spazio antropico. Liberarci dal vincolo concettuale dello spazio geometrico vuol dire trasformare l’architettura in un dispositivo totalmente libero e resiliente, in grado di adattarsi alle diverse esigenze che la società, di volta in volta, richiede. Questo porta a ripensare l’architettura come sistema aperto, immanente, composto da particelle architettoniche che, come gli atomi di un gas, si muovono in uno spazio che non è assenza, ma campo energetico caratterizzato da forse attrattive e repulsive. Da elemento solido e compatto l’architettura diviene quindi dispositivo di mediazione/interazione che lega i diversi spazi antropici, veri elementi del corpo architettonico. L’Architettura Gassosa quindi non concepisce più monumentali oggetti istituzionali. E’ un’architettura dello spazio che tesse continue e minute connessioni tra le diverse “particelle” antropiche. Il suo è un invito a non pensare all’architettura e al museo come un edificio suddiviso in sale espositive, ma ad un sistema di relazioni tra più parti. Daltronde, il vero protagonista di un museo non deve essere la sua architettura, ma l’insieme delle singole opere protette dalle teche. All’interno di questa ricerca, la qualità principale del museo è legata alla relazione che si instaura tra l’opera d’arte esposta e la struttura che la contiene. Nel museo gassoso la teca non è un semplice elemento di protezione ma un vero e proprio spazio in cui è possibile entrare ed attraversare. Le teche si trasformano in dispositivi mobili non più radicati in un luogo determinato e la relazione che si crea tra le varie parti è sempre inattesa e sorprendente. Le sale di questo museo si possono quindi concepire come oggetti separati l’uno dall’altro la cui indipendenza permette loro di spostarsi o addirittura di viaggiare. In questo caso non è l’opera d’arte a muoversi ma è il museo stesso ad espandersi. L’utente non è più un attore passivo ma può diventare co-creatore del museo stesso interagendo direttamente con la sua architettura, costruendone il percorso, determinando la sua possibile conformazione spaziale, dando vita a relazioni sempre nuove, personali ed intime. Secondo questa concezione gli elementi funzionali esplodono liberi nello spazio prefigurando, in tal modo, la costruzione di nuove comunità resilienti.